| Fabrizio De André uno dei massimi cantautori italiani - 84 sec Fabrizio De André è uno dei massimi cantautori italiani di sempre, ma è soprattutto uno dei pochissimi a poter competere con i grandi numi del songwriting internazionale. Profondamente influenzato dalla scuola d'oltre Oceano di Bob Dylan e Leonard Cohen, ma ancor più da quella francese degli chansonnier (Georges Brassens su tutti), è stato tra i primi a infrangere i dogmi della "canzonetta" italiana, con le sue ballate cupe, affollate di anime perse, emarginati e derelitti d'ogni angolo della Terra. Le sue storie, pur ispirate spesso a fatti di cronaca, si tingono sempre dei colori della fiaba, perdendo ogni connotazione temporale; e i suoi personaggi sembrano quasi schizzare fuori dai versi, con la loro dirompente carica di umanità, inquietudine, disperazione. Alla passione per la letteratura francese - Proust, Baudelaire, Maupassant, Villon, Flaubert, Balzac -- si deve probabilmente quel tocco di lirismo in più, ma il canzoniere di De André ha attinto via via alle sorgenti più disparate: dalle ballate medievali alla tradizione provenzale, dall'"Antologia di Spoon River" ai canti dei pastori sardi, dai Vangeli apocrifi al Federico Fellini dei "Vitelloni".
Alla fine del decennio Sessanta, in preda a un cupo pessimismo, il cantautore genovese compone il sontuoso concept-album "Tutti Morimmo A Stento" (1968). Il senso del tragico che aveva sempre ispirato le sue opere raggiunge in queste undici tracce la sua apoteosi. Edito con il sottotitolo di "Cantata in si minore per solo, coro e orchestra", "Tutti Morimmo A Stento" è un viaggio in un girone dantesco della desolazione umana, tra drogati, condannati a morte, fanciulle traviate, orchi e bambini sconvolti. Un viaggio ossessionato e ossessionante, accompagnato dalle note di un'orchestra sinfonica diretta da Giampiero Reverberi.
Disco a volte fin troppo barocco, influenzato dai primi vagiti del progressive italiano, "Tutti Morimmo A Stento" riesce tuttavia a condensare tanta "ridondanza" in soli 33 minuti e 51 secondi, come si usava fare quando esisteva ancora il rispetto per l'ascoltatore e nessuno si azzardava a intasare i dischi di quei riempitivi che oggi fanno tanto "concept". La formula scelta, come spiegò lo stesso De André, è quella classica della cantata "in cui tutti i brani sono uniti tra loro da intermezzi sinfonici e hanno come minimo comune denominatore quello di essere nella stessa tonalità, e di trattare lo stesso argomento". Argomento rappresentato dall'emarginazione e dalla morte "psicologica, morale, mentale".
L'atmosfera dominante è tetra, funerea, densa di presagi di morte. I brani si susseguono senza pause, scanditi dagli "Intermezzi", in un crescendo che culmina nel "Recitativo" e si scioglie nel coro finale. L'ouverture è subito un pugno nello stomaco, con il "Cantico Dei Drogati", che già dal titolo - in stridente contrasto con il "Cantico delle Creature" di San Francesco - pare voler sottolineare la degenerazione del genere umano. Quando poi l'orchestra - la Philarmonia di Roma - lascia spazio alla voce baritonale di De André, l'intento diventa subito palese: "Ho licenziato Dio/ gettato via un amore". E un groppo d'angoscia già ti stringe la gola. "Come potrò dire a mia madre che ho paura?", geme il derelitto al colmo della disperazione. E di fronte, ormai, c'è solo la notte, la voragine, la fine di tutto. Ma c'è anche un anelito d'eternità nei drogati che "giocando a palla con il proprio cervello tentano di lanciarlo oltre il confine stabilito, ai bordi dell'infinito". E' un testo meraviglioso, composto da De André insieme al poeta anarchico Riccardo Mannerini, morto suicida a Genova nel 1980. Auteur : immaginicinema Tags: fabrizio d'andrè  |